Diego Fusaro, Minima Mercatalia, Bompiani 2012 - con un saggio introduttivo di Andrea Tagliapietra
A proposito di..."[...]un'opposizione meramente testimoniale[...]", p.30 - Un'opposizione meramente testimoniale è quell'opposizione ferma e tuttavia non trionfante, che, pur non crollando, tuttavia non ha aspettativa di vittoria, ed anzi più o meno rapidamente volge all'epilogo di una sconfitta o addirittura dell'annientamento.
Il passo in cui si trova questa espressione è all'inizio del primo capitolo. Si riferisce al motto "Ugocsa non coronat" (p.29, p.42 et alii), le cui vicende eroiche (insieme venate da un sapore anti-eroico ed elegiaco) sono brevemente e suggestivamente riferite in questo primo capitolo. Ugocsa è il nome di una regione storica dell'antico Regno d'Ungheria. All'epoca della ratifica della Prammatica Sanzione, i soli rappresentanti di quella piccola regione rifiutarono di accordare l'approvazione. La loro opposizione non ebbe alcun effetto - e tuttavia non venne meno.
Che senso ha levare una voce dissenziente, se in ogni caso tutti gli altri consentiranno? Che senso ha opporsi a ciò che, ineluttabilmente, accadrà in ogni caso? In questo senso si apre il tema di una testimonianza.
Un'opposizione meramente testimoniale è dunque l'espressione che evoca significativamente l'opposizione che non può sperare di sortire effetto alcuno. Essa rimane puramente dimostrativa; incapace, in senso generico, di fare la differenza, di far pendere le sorti di una decisione da una parte o dall'altra. Essa è meno di una goccia nel mare. Non serve a niente.
E' tutto qui?
Testimonianza è anche quella del martire, che in senso etimologico stretto è per l'appunto non colui che muore per una causa, bensì il testimone. I "martiri" sono per eccellenza, nella tradizione cristiana, coloro che vengono perseguitati fino alla morte per causa della loro professione di fede: essi sono i "testimoni" della professione di fede per eccellenza, perché pur di non venir meno ad essa accettano la persecuzione, il supplizio, la morte. La forza della loro testimonianza non li può liberare dal nemico che li opprime: essi, tuttavia, non cedono, non vengono meno - accettare le estreme conseguenze imposte al loro gesto di fede diventa a sua volta il segno estremo del suo valore e della sua forza, spirituale ancorché distaccata dall'efficacia materiale. Il segno di colui che crede e rimane fedele al di là della propria stessa vita, al di là perfino di una morte "clemente" o "dignitosa" è segno del senza-misura, dell'al-di-là di ogni misurazione di valore possibile, di una fede in qualcosa che supera ogni possibile promessa o minaccia del mondo fisico.
E' follia? E' qualcosa che trascende la qualificabilità stessa di ragionevolezza e follia? Non ha, qui, molta importanza: questa testimonianza trova il proprio valore nell'essere un segno sconvolgentemente forte e rigorosamente estremo, radicale - vissuto fino alla fine, vissuto fino alla morte. Il segno sconvolgente della testimonianza nel martirio tocca più di un tema cruciale: mi preme tuttavia rilevarne uno, è l'irriducibilità del gesto irreversibile e fermo, del non poter - nè voler - tornare indietro, disfare ciò che è fatto, ritornare sui passi compiuti. La fermezza di un ideale rimane, così, vividamente cristallizzata nella testimonianza del martirio: essa sopravvive al di là della sussistenza in vita stessa di colui che l'afferma, fissandosi così al di là di ogni contingenza.
Questo gesto assume pertanto un valore del tutto peculiare e svincolato da ogni effetto contingente che possa o meno sortire. Esso assurge a segno, per colui che l'ha assunto, per coloro che vi assistano, per tutti coloro ai quali se ne tramandi il racconto. Il testimone lascia, nel martirio, un segno vivo che si carica di tutto ciò che è stato importante al di là della sopravvivenza stessa.
In un gesto di questo tipo, la testimonianza perde ogni valutatività di tipo relativo e si assolutizza - o tende ad assolutizzarsi - per via della sua irriducibilità e radicalità.
Per ciò stesso si ammette dunque che, in un discorso del genere, un tale gesto non si compia invano, e questo nonostante la sua "inutilità". Tale gesto, per contro, tende di per se stesso a vanificare il concetto di "utile".
[...to be continued]
domenica 8 aprile 2012
Minima Mercatalia - Diego Fusaro
leggi la descrizione e l'indice del libro (http://www.filosofico.net/filosss.html) su Filosofico.net, il sito: http://www.filosofico.net/filosss.html
La presentazione di Costanzo Preve (video): http://www.youtube.com/watch?v=U2X8VHywzd8
La lettura di Minima Mercatalia su PhB - tutte le uscite: http://phideltabeta.blogspot.it/search/label/Minima%20Mercatalia - Resta aggiornato per le prossime.
La pagina Bompiani di Minima Mercatalia:
La pagina Feltrinelli di Minima Mercatalia:
http://www.lafeltrinelli.it/products/9788845270130/Minima_mercatalia/Diego_Fusaro.html- Minima Mercatalia è disponibile sia in formato cartaceo sia in formato elettronico:
cerca Minima Mercatalia e-book: http://www.lafeltrinelli.it/products/9788845270130/Minima_mercatalia/Diego_Fusaro.html
Diego Fusaro, Minima Mercatalia, Bompiani 2012 - (I edizione marzo 2012); 504 pp.; con un saggio introduttivo di Andrea Tagliapietra.
ISBN 978-88-452-7013-0
martedì 3 aprile 2012
Brian Leiter
Alcune letture tra gli scritti di Brian Leiter
Brian Leiter, The Demarcation Problem in Jurisprudence: A New Case for Skepticism (October 7, 2010). NEUTRALITY AND THE THEORY OF LAW, J. Ferrer & J. Moreso, eds., Madrid: Marcial Pons, (di prossima pubblicazione); U. of Chicago, Public Law Working Paper No. 319. Consultabile in: http://ssrn.com/abstract=1599620
Brian Leiter, Naturalizing Jurisprudence: Three Approaches (November 2008), U. of Chicago, Public Law and Legal Theory Working Paper No. 246. Consultabile in http://ssrn.com/abstract=1288643
Brian Leiter, In Praise of Realism (and Against 'Nonsense' Jurisprudence), in The Georgetown Law Journal , vol. 100:865, pp.865-893 - http://georgetownlawjournal.org/files/2012/03/Leiter1.pdf (2012);
la rete di siti, blog e interventi principali di Brian Leiter
sabato 24 marzo 2012
"To bring us outside ourselves": fuori di sè, tra ambizione e desiderio possibile di "trascendenza"
"To bring us outside ourselves", portarci fuori da noi stessi. Paul J.Ennis si esprime così riguardo ad alcune tra le più "alte" aspirazioni umane espresse in filosofia e in altre forme di espressione di pensiero, spirito e "cultura", per esempio l'aspirazione verso la giustizia, il bene, la "salvezza", il "divino".
"Only a Digital or Temporary Messiah can save us now" è il titolo dell'intervento che Paul J.Ennis presenterà alla prossima conferenza Thinking the Absolute alla Liverpool Hope University (dal 29 giugno al 1 luglio 2012). Ennis legge a confronto Noah Horwitz e Quentin Meillassoux riguardo al tema della divinità, della giustizia e del futuro, come accesso a qualcosa di "assoluto". Ennis promette di soffermarsi su ciò che distingue significativamente l'approccio dei due autori con riferimento alle speranze riposte nella matematica, nel linguaggio e nella ragione come saperi capaci di avvicinare a ciò che si cerca sotto il nome di "assoluto".
Mi colpisce questa espressione, riferita a questo "accedere" ad un "assoluto": portarci fuori da noi stessi, "To bring us outside ourselves".
Tra tante espressioni di ossessioni identitarie, individuali o collettive, nonché altrettante demonizzazioni della stessa idea di "identitario", colpisce questo tratto pacificamente volto in una direzione trasversale: non il problema di essere o di non essere "se stessi", bensì quello di uscire da se stessi e, inoltre, non nel senso di saperci noi muovere al di là di noi stessi, ma nel senso dell'essere qualcosa d'altro a portarci fuori da noi stessi, "outside ourselves".
http://anotherheideggerblog.blogspot.it/2012/03/only-digital-or-temporary-messiah-can.html
link all'abstract del paper di Paul J.Ennis in presentazione alla prossima conferenza Thinking the Absolute a Liverpool
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lunedì 12 marzo 2012
Penso di non saperlo spiegare, ma va bene così
Penso che si potrebbe fare un bellissimo discorso sui "limiti" della filosofia, a cominciare da quei begli aforismi che fanno riferimento al fatto che il sublime passo della ragione sia riconoscere che vi sono infinite cose che la ragione non comprende, o che vi sono tante infinite più cose in cielo e in terra di quante non ne contempli la filosofia.Abbiamo già avuto occasione di riflettere con le parole scritte da Freud sulla pretesa di completezza dei sistemi filosofici e sulla loro inopportunità; Freud scomodava in quel passo il mitico Baedeker ottocentesco, per ironizzare sulle guide da viaggio per l'esistenza che i filosofi imbastirebbero, e ci metteva in mezzo il lancio occasionale di uno strale anticlericale (http://phideltabeta.blogspot.com/2010/10/singin-in-dark-cantare-nelloscurita.html).Quello che qui mi importa dire è che a volte forse le cose sono più semplici; non per questo più facili. Bisogna anche saper "uscire" dalla filosofia se si pretende di indicare la porta d'uscita. Io dico "penso di non saperlo spiegare, ma va bene così", per passare a "penso di non saperlo spiegare e va bene così": va bene così proprio perché penso di non saperlo spiegare.Si tratta di un atteggiamento acritico di banale e passiva accettazione?No. Si tratta di un atteggiamento di accettazione; non ha molto di banale quanto meno perché è difficile e non comune; si tratta di una accettazione che richiede più attività che passività - o, è un po' contorto, mi spiace, richiede una certa attività per assumere un atteggiamento passivo corretto. Si tratta di un atteggiamento non a-critico, nel senso che implica un preciso giudizio sul suo valore, sebbene si tratti di un atteggiamento criticamente assunto nella direzione di una sospensione o meglio ancora astensione dalla critica. Si tratta di un esercizio di fiducia non ingenua - difficoltà non da poco a mio avviso, ma nulla di impossibile.
Collegamento a Blaise Pascal, Pensées http://etexts.free.fr/filos/moderni/pascal_pens.zip
mercoledì 24 agosto 2011
Proctor, Bob, Sei Nato Ricco
Sinclair, Robert S., Thinking and Writing
Piro, Sergio, Trattato della ricerca diadromico-trasformazionale
lavoro su questi tre testi;
Libri a confronto – testi a confronto –
libri “facili”, libri “difficili”;
3 esempi: 3 livelli di testo; analisi – misura; struttura; linguaggio; - complessità -
complessità e semplicità; semplificazione e semplicismo;
il “messaggio”, quello che “passa”;
i temi -
Oggi vorrei iniziare a parlare di tre libri:
Proctor, Bob, Sei Nato Ricco
Sinclair, Robert S., Thinking and Writing
Piro, Sergio, Trattato della ricerca diadromico-trasformazionale
lavoro su questi tre testi. Li avevo trovati da un po' e messi da parte. Riprendendoli, come per caso, ho notato che c'è qualcosa (come spesso accade!) che li "lega". Che cosa? Come, e perché?
Cerco di andar con ordine.
Se mettiamo i testi di questi tre libri a confronto, balza all'attenzione che sono molto diversi.
Sono 3 esempi: 3 livelli di testo. Sono diversi per linguaggio, struttura, complessità... La prima cosa che forse viene da dire, secondo me, può essere che sono diversi per difficoltà. Anche se i temi che affrontano sono tutti importanti e hanno un grande rilievo nelle nostre vite, ci si accorge come gli autori abbiano un modo di esporre molto diverso per difficoltà.
Probabilmente non è un nome nuovo quello di Bob Proctor.
"Facile"?
Se questo è facile, chissà gli altri...
Facile o banale.
Commenti.
Il mio commento. Il tuo? (ma sto leggendo solo un estratto - - - )
Sinclair
Ah, questo sì che mi intriga, al primo sguardo! La fonte da cui traggo il libro è, nientemeno, il sito della CIA. Ora, io nemmeno li guardo quei film e telefilm basati su missioni, indagini, servizi segreti (con le contrastanti retoriche di eroismo/complottismo)... e allora? Che ci faccio sul sito della Central Intelligence Agency? Il punto è che l'argomento del libro di Sinclair riguarda gli impieghi e le ricerche delle scienze cognitive, e si dà il caso che l'autore che vi si è dedicato lavori per l'Intelligence da decenni.
Il tema mi affascina.
Come funziona il cervello, che cosa ha a che vedere questo con la realtà esterna, e che interesse rivestono queste dinamiche a livello di organizzazione sociale?
C'è tutto quello che serve per incollarmi alla lettura, e avere voglia di condividerla.
Il linguaggio è molto chiaro, anche se la materia è sofisticata, complessa, del tipo difficile.
Veniamo alla "chicca" finale: Diadromica e trasformazione. Mi sembra già uno di quei titoli che almeno uno su dieci tra noi si rifiuta di leggere - "Eh? Diadro che??", sembrano quei paroloni che affascinano e/o tormentano uno studente medio di medicina al primo anno - le tipiche parole per vantarsi di "parlare difficile". E infatti, nel campionario di libri difficili, questo sembra candidato ai primi posti.
Come sempre, però, se le parole difficili non sono usate a caso, hanno una ragione d'essere.
In questo caso, per me sono come poesia. Se "trasformazione" può suggerire un certo tipo di significati, ed è una parola ben nota e frequente negli usi comuni, "diadromica" è una di quelle parole che, anche se le conosci, anche se le scrivi, forse nemmeno ti è mai capitato di pronunciare, e quasi mai avrai occasione di usare. Ma è bellissima. Dà un significato assai più preciso e insieme immaginifico di quello che si intende qui con "trasformazione". Qualcosa che ha a che fare con un "passare attraverso", un passaggio che insieme si attraversa e in cui, contemporaneamene, qualcosa "ti" attraversa... Sicché, allo sbocco del passaggio, ti senti trasformato, nel senso che sei cambiato dentro... ma dentro e fuori non sono più la stessa cosa, a loro volta, e non sai come dirlo, cosa dire... Sei dall'altra parte: tutto ricomincia, ma qualcosa è già stato. Sei trasformato; diadromicamente.
In realtà devo subito fare una rettifica sulle mie prime impressioni. L'autore è preciso e non lascia i concetti al caso: come molti altri termini, diadromica è esattamente definito, e non significa tanto ciò che mi suggerirebbe al primo impatto, ma piuttosto ha a che vedere con la formulazione ed esposizione di una teoria a partire da spunti apparentemente o di fatto disparati e slegati: nel "correre qua e là", nell'"andare a zig-zag" dell'approccio costitutivo della diadromica, correndo e ricorrendo da un punto ad un altro man mano si articola un discorso complesso: la diadromia è “proliferazione locale di spunti teorici mutualmente incompatibili”, p.31; p,32.
Bellissimo, il piccolo filologo che sonnecchia nella mia coscienza è lì che saltella e pretende di averne ancora. Ma dovrà accontentarsi.
Mi riprometto di leggere questi libri, anche solo per passaggi antologici. Pazienza se il lavoro verrà un po' approssimativo: ci sarà tempo per correggere.
analisi – misura; struttura; linguaggio; - complessità -
complessità e semplicità; semplificazione e semplicismo;
il “messaggio”, quello che “passa”;
i temi -
Sinclair, Robert S., Thinking and Writing
Piro, Sergio, Trattato della ricerca diadromico-trasformazionale
lavoro su questi tre testi;
Libri a confronto – testi a confronto –
libri “facili”, libri “difficili”;
3 esempi: 3 livelli di testo; analisi – misura; struttura; linguaggio; - complessità -
complessità e semplicità; semplificazione e semplicismo;
il “messaggio”, quello che “passa”;
i temi -
Oggi vorrei iniziare a parlare di tre libri:
Proctor, Bob, Sei Nato Ricco
Sinclair, Robert S., Thinking and Writing
Piro, Sergio, Trattato della ricerca diadromico-trasformazionale
lavoro su questi tre testi. Li avevo trovati da un po' e messi da parte. Riprendendoli, come per caso, ho notato che c'è qualcosa (come spesso accade!) che li "lega". Che cosa? Come, e perché?
Cerco di andar con ordine.
Se mettiamo i testi di questi tre libri a confronto, balza all'attenzione che sono molto diversi.
Sono 3 esempi: 3 livelli di testo. Sono diversi per linguaggio, struttura, complessità... La prima cosa che forse viene da dire, secondo me, può essere che sono diversi per difficoltà. Anche se i temi che affrontano sono tutti importanti e hanno un grande rilievo nelle nostre vite, ci si accorge come gli autori abbiano un modo di esporre molto diverso per difficoltà.
Probabilmente non è un nome nuovo quello di Bob Proctor.
"Facile"?
Se questo è facile, chissà gli altri...
Facile o banale.
Commenti.
Il mio commento. Il tuo? (ma sto leggendo solo un estratto - - - )
Sinclair
Ah, questo sì che mi intriga, al primo sguardo! La fonte da cui traggo il libro è, nientemeno, il sito della CIA. Ora, io nemmeno li guardo quei film e telefilm basati su missioni, indagini, servizi segreti (con le contrastanti retoriche di eroismo/complottismo)... e allora? Che ci faccio sul sito della Central Intelligence Agency? Il punto è che l'argomento del libro di Sinclair riguarda gli impieghi e le ricerche delle scienze cognitive, e si dà il caso che l'autore che vi si è dedicato lavori per l'Intelligence da decenni.
Il tema mi affascina.
Come funziona il cervello, che cosa ha a che vedere questo con la realtà esterna, e che interesse rivestono queste dinamiche a livello di organizzazione sociale?
C'è tutto quello che serve per incollarmi alla lettura, e avere voglia di condividerla.
Il linguaggio è molto chiaro, anche se la materia è sofisticata, complessa, del tipo difficile.
Veniamo alla "chicca" finale: Diadromica e trasformazione. Mi sembra già uno di quei titoli che almeno uno su dieci tra noi si rifiuta di leggere - "Eh? Diadro che??", sembrano quei paroloni che affascinano e/o tormentano uno studente medio di medicina al primo anno - le tipiche parole per vantarsi di "parlare difficile". E infatti, nel campionario di libri difficili, questo sembra candidato ai primi posti.
Come sempre, però, se le parole difficili non sono usate a caso, hanno una ragione d'essere.
In questo caso, per me sono come poesia. Se "trasformazione" può suggerire un certo tipo di significati, ed è una parola ben nota e frequente negli usi comuni, "diadromica" è una di quelle parole che, anche se le conosci, anche se le scrivi, forse nemmeno ti è mai capitato di pronunciare, e quasi mai avrai occasione di usare. Ma è bellissima. Dà un significato assai più preciso e insieme immaginifico di quello che si intende qui con "trasformazione". Qualcosa che ha a che fare con un "passare attraverso", un passaggio che insieme si attraversa e in cui, contemporaneamene, qualcosa "ti" attraversa... Sicché, allo sbocco del passaggio, ti senti trasformato, nel senso che sei cambiato dentro... ma dentro e fuori non sono più la stessa cosa, a loro volta, e non sai come dirlo, cosa dire... Sei dall'altra parte: tutto ricomincia, ma qualcosa è già stato. Sei trasformato; diadromicamente.
In realtà devo subito fare una rettifica sulle mie prime impressioni. L'autore è preciso e non lascia i concetti al caso: come molti altri termini, diadromica è esattamente definito, e non significa tanto ciò che mi suggerirebbe al primo impatto, ma piuttosto ha a che vedere con la formulazione ed esposizione di una teoria a partire da spunti apparentemente o di fatto disparati e slegati: nel "correre qua e là", nell'"andare a zig-zag" dell'approccio costitutivo della diadromica, correndo e ricorrendo da un punto ad un altro man mano si articola un discorso complesso: la diadromia è “proliferazione locale di spunti teorici mutualmente incompatibili”, p.31; p,32.
Bellissimo, il piccolo filologo che sonnecchia nella mia coscienza è lì che saltella e pretende di averne ancora. Ma dovrà accontentarsi.
Mi riprometto di leggere questi libri, anche solo per passaggi antologici. Pazienza se il lavoro verrà un po' approssimativo: ci sarà tempo per correggere.
analisi – misura; struttura; linguaggio; - complessità -
complessità e semplicità; semplificazione e semplicismo;
il “messaggio”, quello che “passa”;
i temi -
sabato 1 gennaio 2011
non dite "giovane": più giovane di altri, ma più vecchio di altri ancora
“Sono giovane, d’accordo, ma più giovane di altri e più vecchio di altri ancora.” Michele Riondino - http://www.marieclaire.it/Attualita/i-due-di-Dieci-inverni
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