martedì 10 aprile 2012

a proposito di... Minima Mercatalia (parte III)

"La contraddizione tra queste due differenti determinazioni - eternità e storicità, e di conseguenza tra le due diverse definizioni prospettate per la filosofia - è per Hegel solo apparente: infatti, la filosofia si occupa di ciò che è ed è eternamente, e si configura pertanto come una logica dialettica che non è mero metodo ma è ontologia, ossia compiuta teoria dell'essere e della sua dinamica immanente; e, insieme, ciò che è ed è eternamente non si presenta mai nella sua iperuranica immutabilità [...], ma si manifesta sempre temporalmente determinato in una storia concreta, in reali Gestaltungen spazio-temporalmente connotate." - Diego Fusaro, Minima Mercatalia, p.57 (par.1.3)
 Nell'intervento precedente era già questo il tema, che, annunciato nella chiusura del paragrafo, trova ora sviluppo nella densa esposizione del paragrafo 1.3.
Nella lettura continuiamo qui ad attenerci alle impressioni "a caldo", senza il corredo di un'analisi concettuale approfondita. L'esercizio appare difficile in un caso come questo: l'argomento è di massimo rilievo filosofico e "umano"; l'esposizione è densa di contenuto; il tema è dei più appassionanti per il lettore che personalmente si sta cimentando. 
Per questo scelgo il passo citato. Esso riprende un po' più estesamente il concetto preannunciato e già proposto in queste pagine (parte II): il "nesso tra verità e storia o, da una diversa angolatura, tra eternità e divenire" (M.M., p.53); "il nesso hegeliano tra verità e storia o, da una diversa prospettiva, tra eternità e temporalità." (M.M., p.56). 
Si coglie l'occasione dell'accostamento tra queste due espressioni per evidenziare un'altra volta la valenza del termine "angolatura", poco dopo reso con l'espressione "prospettiva": essi riguardano non tanto un punto di vista o una specifica osservazione, quanto invece evocano un modo di guardare, di considerare, che tende costitutivamente ad intessersi intimamente nella cosa stessa in quanto presa in considerazione. 
L'angolatura, la prospettiva, indica non solo una posizione dalla quale si colga un'immagine, bensì il modo stesso secondo il quale quell'immagine sia percepita e l'oggetto considerato si con-stituisca in quanto immagine. La prospettiva è in senso specifico una tecnica di rappresentazione nel disegno, con rigorose regole e forme: essa permette di rendere sulla superficie piana (per esempio quella del foglio di carta o della tela) l'impressione di percepire una tridimensionalità dell'immagine. Esistono vari tipi di prospettiva, a seconda delle regole di "conversione", per così dire, di "traduzione" delle misure tridimensionali in linee dello spazio a due dimensioni; il punto di fuga (o i punti di fuga) è il cardine dell'impostazione della struttura: è un punto, reale o immaginario, interno o esterno allo spazio della rappresentazione grafica, sul quale si fanno convergere materialmente o idealmente le linee della rappresentazione e della costruzione. E' questa impostazione strutturale del disegno a permettere l'"illusione" della tridimensionalità ed è questa stessa impostazione strutturale che, a seconda del tipo scelto secondo la specificità riguardante il punto o i punti di fuga, permette di dare risalto ad un dettaglio piuttosto che ad un altro (così per esempio una prospettiva centrale potrebbe esaltare le simmetrie dell'oggetto rappresentato, mentre un prospettiva di scorcio potrebbe rendere meglio il senso del rapporto tra l'oggetto e il paesaggio in cui si colloca, una prospettiva dall'alto permette di vedere la sommità di un edificio, altrimenti nascosta, ma potrebbe penalizzare la resa dell'altezza, e così via). 
Ciò che è importante notare è come la prospettiva, l'"angolatura", tenga dunque sì conto anche di quello che è un punto d'osservazione (un punto di vista) nonché di una posizione più strettamente "tetica" quale quella di un punto di fuga, ma, per l'appunto, con la nozione di prospettiva, di angolatura, si ha il complesso di regole che presiedono alla strutturazione e costruzione grafica della quale il punto di osservazione e il punto di fuga sono alcuni elementi, considerati gli uni con gli altri, e non un singolo elemento che di per sè possa esaurire il senso dell'oggetto preso in considerazione. In altre parole, un'espressione quale punto di vista in senso stretto indica un elemento parziale di una nozione complessa. Diversamente, "prospettiva" indica necessariamente anche in senso proprio una tecnica ben articolata, nel concetto della quale rientra necessariamente anche lo stesso elemento del punto di vista (ed, in più, inseparabilmente, il/i punto/i di fuga, la mediazione dei rapporti tra misure, la considerazione di una scelta stilistica etc.). La scelta terminologica appare molto felice.
La variazione da una "prospettiva" o "angolatura" ad una diversa, così, permette di cogliere la stessa cosa secondo termini variabili: la stessa cosa si traduce ora per esempio in termini di un nesso eternità-termporalità, ora in termini di un nesso verità-storia; non soltanto: la lettura in questo senso di ciò che si costituisce nei termini evocati permette, ancora, di accostarvi altre diadi, come indicano le espressioni riferite al "piano logico-ontologico" (p.61) e  al nesso "tra filosofia e verità" (p.61); si tratta di un assaggio della complessa struttura che articola un "nesso" in connessione molteplice di nessi-inter-connessi. Si sbaglierebbe, tuttavia, a voler qui leggere un complicato strutturalismo: complicata è solo la forma che l'esposizione di una realtà come quella della quale si tratta tende ad assumere, ma tra gli intenti di questo tipo di esposizione bisogna saper cogliere quello di mostrare come il senso che vi si presenta faccia capo a qualcosa di più originario e di più semplice, qualcosa che universalisticamente non si confonde con l'intrico delle forme manifeste. Si tratta qui, però, solo di voler dare un assaggio: questo discorso non può proseguire in questa sede specifica. 
Ciò che di nuovo merita di essere rilevato, come già si sta facendo, è la costante dell'idea di "nesso" che ricorre nell'esposizione (pp. 53, 56, 61 et alia). Un nesso, un collegamento, un'unione tra termini distinti non soltanto è possibile, ma è costitutiva ai fini di una comprensione e di un'articolazione del tema. Ora il nesso è connessione tra termini, ma un discorso è per la considerazione di un nesso specifico tra termini determinati (come nel caso in cui si tratti di mostrare, per esempio, il fatto che "eternità" e "divenire" si possano considerare in relazione tra loro secondo un nesso che li unisce; un altro discorso ancora è considerare specificamente il concetto di "nesso", tra qualsiasi termine che possa esserne interessato - il concetto di nesso, di unione, di con-nessione. Questo tipo di relazione è chiaramente parte cruciale del tema, ma bisogna accontentarsi di lasciarlo a margine, perchè propriamente non del concetto di relazione di connessione si tratta, ma di alcune specifiche figure che si considerano nei reciproci nessi. 
Una osservazione alla quale non rinuncio è tuttavia questa: laddove un nesso si dà tra determinazioni, così pure si tratteggia in forma più o meno netta e drammatica una contraddizione. Questo si affaccia con grandissimo interesse nell'esposizione del capitolo in lettura. Laddove si tratta del nesso tra determinazioni di "eternità" e "storicità" pure si deve rilevare (rilievo già ricondotto a Hegel, e tematizzato qui ulteriormente da Fusaro) una contraddizione. Si tratta di contraddizione apparente, e tuttavia tale da impegnare seriamente il ragionamento. In altre parole, non direi che si tratta di una falsa contraddizione, ma piuttosto di una contraddizione solo terminologica capace di esprimersi in una composizione logica. La contraddizione apparente non è ineffettiva: essa è in quanto si manifesta, ma non permane in quanto tale sul piano logico. Si tratta di una dissonanza al primo ascolto, di un tema che un successivo svolgimento armonico permette di riarticolare all'orecchio eufonicamente. Il "nesso" così come la parvenza/apparizione di una contraddizione fa parte della comprensione dialettica, che è oggetto e prima ancora metodo dell'opera: gli stessi termini evocati si comprendono secondo tale metodo. Così pure la nozione di "determinazione" assume correttamente il proprio significato allorché si tiene conto dell'andamento triadico di tesi-antitesi-sintesi che articola ogni posizione tetica in quanto tale in un avvicendarsi tra momento positivo e momento negativo, come avvicendamento solo parziale di ciò che si vada considerando. Si tratta di quella "logica dialettica" (p.57, nel passo qui citato in epigrafe), "che non è mero metodo ma è ontologia". 
Peraltro, ciò che "si manifesta sempre temporalmente determinato in una storia concreta" non esclude affatto ciò che partecipa anche della "iperuranica immutabilità". 
Tra essere  e divenire, si tratta di considerare questo aspetto, è dunque un nesso; resterebbe, come sullo sfondo, una questione che qui non ha da trovare luogo: sempre si darebbe tale nesso, in quanto necessario, ovvero esso può darsi, ma non necessariamente si dà? In altre parole, occorre pensare che un essere si trovi sempre in un manifestazione, ed in ogni manifestazione contingente sempre si trovi un'espressione di essere, ovvero tale nesso può trovarsi, in alcune (felici) manifestazioni qualificate, mentre occorre altresì immaginarsi una contingenza sottratta ad ogni relazione con una eternità d'essere, così come pure quell'essere iperuranicamente immutabile, che "sia" e tuttavia non si dia in alcuna manifestazione? Questo discorso, qualora affrontato minuziosamente secondo questa impostazione, sarebbe facilmente, ed ancora generosamente, attaccabile come la più folle idiozia: ciò che si vuole invece richiamare è che questo tipo di cavillosa interrogazione invita a dichiarare una presa di posizione (o anche la dichiarata rinuncia alla considerazione di una così specifica presa di posizione) circa il significato che si attribuisce al discorso che si espone. Poiché una cosa sarebbe intendere che sempre un nesso necessario si dia tra tutto ciò che è eterno e tutto ciò che è divenire, mentre altra cosa sarebbe intendere che un nesso possa darsi tra alcune cose che sarebbero eterne e alcune cose che sarebbero divenire, non sarebbe ozioso considerare questo aspetto. Il discorso evidentemente non riguarda questo livello di radicalità, e qui è meglio così. Mi pare, tuttavia, che non si potrebbe escludere nè un aspetto nè un altro e che più precisamente il discorso si imposti tenendo conto di una lettura nella quale si potrebbe precisare in che senso non sia quello il problema. Sostenere che, per esempio, un essere non possa essere altrimenti se non in quanto manifesto in una determinazione contingente tenderebbe ad escludere la considerazione di una trascendenza in quanto possibile non-determinato. Ciò tuttavia sarebbe da un lato una considerazione in accordo con quell'ipotesi particolare, dall'altro, invece, sarebbe in contrasto con il presupposto stesso della connessione rilevata, poiché un essere che si esaurisse nelle proprie determinazioni attuali non avrebbe ragione di venire preso in considerazione distintamente da esse. 
La struttura dialettica ha appunto il merito di porsi al di fuori della logica oggettivizzante di questo tipo di ostacoli al ragionamento. Non sarà eventualmente ozioso riprendere la questione. 
Come ultimo rilievo per il passaggio in lettura, un'osservazione logico-stilistica. Riprendiamo le due espressioni richiamate: 
il "nesso tra verità e storia o, da una diversa angolatura, tra eternità e divenire" (M.M., p.53); 
"il nesso hegeliano tra verità e storia o, da una diversa prospettiva, tra eternità e temporalità." (M.M., p.56);
teniamo a riferimento sempre il passo in lettura, e in particolare
le "due differenti determinazioni - eternità e storicità"; 
ora, le diadi particolari di termini che compaiono in questa brevissima rassegna sono le seguenti, già in parte rilevate: 
verità - storia; eternità - divenire; 
verità - storia; eternità - temporalità; 
eternità - storicità; 
ora, è curioso e forse potrebbe essere interessante notare che il termine "divenire" nella prima formulazione passa ad esprimersi nel termine "temporalità" della seconda; non si tratta di una diade diversa, perché la ripresa del discorso è puntualmente nei termini dell'introduzione che lo ha preceduto al termine del precedente paragrafo. La corrispondenza dell'altra diade, verità-storia, è in parte una conferma. In questo caso propriamente la stessa idea è stata resa ora come "divenire", ora come "temporalità", e questo potrà essere d'aiuto per discutere sulla valenza di queste nozioni e sui concetti che vi si riconducono. Se il termine " eternità" rimane come immutato nella sua resa, il divenire/la temporalità che vi fa da contraltare appare più sfuggente e sgranato nella sua determinazione, ora assumendo una forma, ora un'altra - di nuovo per significare la stessa cosa, con altre parole. Il portato di questo termine, divenire/termporalità..., sembra cogliersi (e non a caso) meglio nell'essere il contrapposto-connesso di "eternità", che non nella forma testuale della propria enunciazione lessicale. 
La terza rappresentazione diadica qui evocata è quella che compare nel passo in epigrafe a questa lettura, ed ecco che riprende ancora l'"eternità": "eternità"-"storicità". I termini fanno qui la loro comparsa con effetto di una figura retorica di chiasmo: si incrociano, ancora una volta a testimoniare quella con-nessione ed inter-con-nessione di nessi di cui si va discorrendo. Per il momento si può sospendere qui, non senza chiudere provocatoriamente: in questa raffigurazione che si è rintracciata per il discorso, un solo perno rimane centrale ed almeno apparentemente indiscusso: l'"eternità". 
Alla prossima lettura.

lunedì 9 aprile 2012

a proposito di... Minima Mercatalia (parte II)

"Sarà bene soffermarsi ulteriormente su questo punto cruciale, ossia sul nesso tra verità e storia o, da una diversa angolatura, tra eternità e divenire. Esso rappresenta infatti il 'segreto' della dialettica di Hegel", Minima Mercatalia, p.53
Questa citazione, tratta dal secondo paragrafo del primo capitolo dell'opera, fa parte strutturalmente già, in effetti, del terzo: conclude il paragrafo nel quale si colloca, per introdurre l'argomento al quale è interamente dedicato il paragrafo successivo. 
Per il lettore che segue questo "viaggio" personale tra le pagine di Minima Mercatalia, dunque, il passo non dice nulla sul capitolo 1.2, mentre dice molto sui gusti di chi legge!
Rimandando dunque al testo per il contenuto effettivo del secondo paragrafo (che merita, non soltanto per l'economia dell'opera, ma soprattutto per alcune "chicche", per esempio su "idiotismo specialistico", un riferimento al geniale Lukàcs, p.44), non desidero altro che tornare alla citazione che mi appassiona.
In poche righe,(almeno) cinque aspetti importantissimi per la mia lettura:
1) il "nesso"
2) la "angolatura"
3) "verità" (e "storia")
4) "eternità" e "divenire"
5) la "dialettica" ("di Hegel");

in forma più succinta, gli elementi che suscitano il mio interesse in questo passo appaiono piuttosto così: 

i) eternità-divenire
ii) verità-storia
iii) dialettica;
è noto lo schema hegeliano dialettico ad andamento ternario: tesi-antitesi-sintesi - sul quale varrebbe la pena spendere molte più parole, e che tuttavia ci si limita a richiamare. Brevemente, questa struttura indica, tra l'altro, un modo di ragionamento capace di cogliere una trasformazione (un "divenire", storico) in una concatenazione di manifestazioni reali tali da segnare la diversità tra un passaggio e l'altro, e, tuttavia, al contempo, non-perdere il senso di una unità comune. 
Come è possibile ciò? Non si tratta qui di studiare la dialettica hegeliana, bensì di cogliere il senso di ciò che la legittima radicalmente - qualcosa che, universalmente, filosoficamente, tocca il vivere profondo di ciascuno, sazio o digiuno che sia di storia e lessico della filosofia. 
E' per questo stesso aspetto che quel "qualcosa", che il filosofare hegeliano è capace di cogliere, è tale da far presa in qualunque forma sulla nostra esistenza e sulla nostra quotidianità, andando a finire per intessere e colonizzare capillarmente la totalità delle manifestazioni dell'esistente. Così "qualcosa" che il pensiero difficilmente coglie sembra pervadere cionondimeno ogni cosa, fino a catturare noi stessi nella nostra stessa umanità; così quel "qualcosa" che parrebbe indefinibile-indecifrabile sembrerebbe riguardare tutto ciò che sembra importante, sia questo un sistema sociale, una disciplina scientifica, una fede religiosa, una filosofia - o, ancora più radicalmente, "la" società, "la scienza", "la" fede, "la" filosofia... L'economia, il mondo e così via, senza limite. 
La struttura dialettica chiama in causa essenzialmente prima di tutto il concetto (veramente difficile, senza neppure bisogno di apparire complicato) di una continuità che si manifesta in ciò che non è tuttavia mai identico a se stesso. Così le contingenze accidentali immanenti del quotidiano possono rinviare ad una trascendenza; il continuo divenire si con-stituisce nella stessa eternità, come in un paradosso; la storicità manifestata in "fatti" tutti conchiusi e morti trae vita da una "verità" che non muore. 
Davvero tutto sembra passare di qui! Come poter reggere tanto peso? 
Proprio questo è a sua volta in gioco: una totalità, infatti ("tutto"!) non si manifesta in quanto tale nella sua pienezza, bensì come sbocconcellata in frammenti non disgiunti l'uno dall'altro, un passo per volta, a piccole misure, via via accessibili. Si tratta di un aspetto ulteriore che entra in discorso, e che non merita qui approfondire. 
Come poter cogliere il cuore, il senso di ciò che passa in ciò che non passa, il senso di ciò che unisce in ciò stesso che separa? E' questo il "nesso". Il nesso, il collegamento, ciò che mette insieme, combina, collega (link), ri-combina - per ciò stesso anche distingue, separa, ripartisce. 
Il nesso, metaforicamente, è la nozione che risponde ad un concetto di ciò che si fa insieme sia ponte sia fossato. Esso è nello stesso oggetto, in apparente paradosso, ciò che segna la discontinuità e ciò che permette di collegare gli elementi separati. Una con-nessione si stabilisce tra oggetto e oggetto, così come tra momento e momento, tra fatto e fatto, permettendo di tracciare e di cogliere insieme ciò-che-è con ciò-che-non-è: così, attraverso la percezione di un divenire, si coglie il segno che significa l'eterno. 
L'"angolatura" (o, a volte si dice, il punto di vista) che cosa viene dunque a significare? Non si potrà più dire che a seconda del punto di vista, della angolatura che si assume, qualunque cosa possa essere qualunque altra, tutto possa significare tutto e il suo contrario, sia tutta questione di interpretazione etc. L'"angolatura", il punto di vista, non è il segno del qualunque-cosa che azzera ogni portato di senso: una angolatura fa parte del senso stesso della cosa che si coglie, si combina secondo il nesso, il senso di ciò che si con-stituisce dialetticamente in una verità non estranea alle forme di manifestazione del divenire, dialetticamente ed eternamente. 
Mentre si prosegue la lettura, l'altezza vertiginosa alla quale porta questa prima introduzione dell'argomento fa comprendere il valore della posta in gioco nell'opera. Buon proseguimento. 

 

 further readings:


Patrick Nerhot, La metafora del passaggio - Il concetto di tempo in sant'Agostino - Fondamento di una nuova etica, Cedam, Padova 2008 (332 pp.)
Patrick Nerhot, Ernst Junger-Martin Heidegger: il senso del limite (o la questione della tecnica), Cedam, Padova 2008 (255 pp.)
Diego Fusaro, Essere senza tempo - accelerazione della storia e della vita, Bompiani 2010 (411 pp.)
Patrick Nerhot, Diritto Storia (Saggio di filosofia del diritto), Cedam, Padova 1994 (232 pp.)


domenica 8 aprile 2012

Minima Mercatalia, di Diego Fusaro: il nuovo libro

Diego Fusaro, Minima Mercatalia, Bompiani 2012 - con un saggio introduttivo di Andrea Tagliapietra

A proposito di..."[...]un'opposizione meramente testimoniale[...]", p.30 - Un'opposizione meramente testimoniale è quell'opposizione ferma e tuttavia non trionfante, che, pur non crollando, tuttavia non ha aspettativa di vittoria, ed anzi più o meno rapidamente volge all'epilogo di una sconfitta o addirittura dell'annientamento.
Il passo in cui si trova questa espressione è all'inizio del primo capitolo. Si riferisce al motto "Ugocsa non coronat" (p.29, p.42 et alii), le cui vicende eroiche (insieme venate da un sapore anti-eroico ed elegiaco) sono brevemente e suggestivamente riferite in questo primo capitolo. Ugocsa è il nome di una regione storica dell'antico Regno d'Ungheria. All'epoca della ratifica della Prammatica Sanzione, i soli rappresentanti di quella piccola regione rifiutarono di accordare l'approvazione. La loro opposizione non ebbe alcun effetto - e tuttavia non venne meno.
Che senso ha levare una voce dissenziente, se in ogni caso tutti gli altri consentiranno? Che senso ha opporsi a ciò che, ineluttabilmente, accadrà in ogni caso? In questo senso si apre il tema di una testimonianza.
Un'opposizione meramente testimoniale è dunque l'espressione che evoca significativamente l'opposizione che non può sperare di sortire effetto alcuno. Essa rimane puramente dimostrativa; incapace, in senso generico, di fare la differenza, di far pendere le sorti di una decisione da una parte o dall'altra. Essa è meno di una goccia nel mare. Non serve a niente.
E' tutto qui?
Testimonianza è anche quella del martire, che in senso etimologico stretto è per l'appunto non colui che muore per una causa, bensì il testimone. I "martiri" sono per eccellenza, nella tradizione cristiana, coloro che vengono perseguitati fino alla morte per causa della loro professione di fede: essi sono i "testimoni" della professione di fede per eccellenza, perché pur di non venir meno ad essa accettano la persecuzione, il supplizio, la morte. La forza della loro testimonianza non li può liberare dal nemico che li opprime: essi, tuttavia, non cedono, non vengono meno - accettare le estreme conseguenze imposte al loro gesto di fede diventa a sua volta il segno estremo del suo valore e della sua forza, spirituale ancorché distaccata dall'efficacia materiale. Il segno di colui che crede e rimane fedele al di là della propria stessa vita, al di là perfino di una morte "clemente" o "dignitosa" è segno del senza-misura, dell'al-di-là di ogni misurazione di valore possibile, di una fede in qualcosa che supera ogni possibile promessa o minaccia del mondo fisico.
E' follia? E' qualcosa che trascende la qualificabilità stessa di ragionevolezza e follia? Non ha, qui, molta importanza: questa testimonianza trova il proprio valore nell'essere un segno sconvolgentemente forte e rigorosamente estremo, radicale - vissuto fino alla fine, vissuto fino alla morte. Il segno sconvolgente della testimonianza nel martirio tocca più di un tema cruciale: mi preme tuttavia rilevarne uno, è l'irriducibilità del gesto irreversibile e fermo, del non poter - nè voler - tornare indietro, disfare ciò che è fatto, ritornare sui passi compiuti. La fermezza di un ideale rimane, così, vividamente cristallizzata nella testimonianza del martirio: essa sopravvive al di là della sussistenza in vita stessa di colui che l'afferma, fissandosi così al di là di ogni contingenza.
Questo gesto assume pertanto un valore del tutto peculiare e svincolato da ogni effetto contingente che possa o meno sortire. Esso assurge a segno, per colui che l'ha assunto, per coloro che vi assistano, per tutti coloro ai quali se ne tramandi il racconto. Il testimone lascia, nel martirio, un segno vivo che si carica di tutto ciò che è stato importante al di là della sopravvivenza stessa.
In un gesto di questo tipo, la testimonianza perde ogni valutatività di tipo relativo e si assolutizza - o tende ad assolutizzarsi -  per via della sua irriducibilità e radicalità.
Per ciò stesso si ammette dunque che, in un discorso del genere, un tale gesto non si compia invano, e questo nonostante la sua "inutilità". Tale gesto, per contro, tende di per se stesso a vanificare il concetto di "utile".
[...to be continued]

Minima Mercatalia - Diego Fusaro


leggi la descrizione e l'indice del libro (http://www.filosofico.net/filosss.html) su Filosofico.net, il sito: http://www.filosofico.net/filosss.html

La presentazione di Costanzo Preve (video): http://www.youtube.com/watch?v=U2X8VHywzd8


La lettura di Minima Mercatalia su PhB - tutte le uscite: http://phideltabeta.blogspot.it/search/label/Minima%20Mercatalia - Resta aggiornato per le prossime.


La pagina Bompiani di Minima Mercatalia:
La pagina Feltrinelli di Minima Mercatalia:
  http://www.lafeltrinelli.it/products/9788845270130/Minima_mercatalia/Diego_Fusaro.html- Minima Mercatalia è disponibile sia in formato cartaceo sia in formato elettronico:



 Diego Fusaro, Minima Mercatalia, Bompiani 2012 - (I edizione marzo 2012); 504 pp.; con un saggio introduttivo di Andrea Tagliapietra. 
ISBN 978-88-452-7013-0

martedì 3 aprile 2012

Brian Leiter


Alcune letture tra gli scritti di Brian Leiter


Brian Leiter, The Demarcation Problem in Jurisprudence: A New Case for  Skepticism (October 7, 2010). NEUTRALITY AND THE THEORY OF LAW, J. Ferrer & J. Moreso, eds., Madrid: Marcial Pons, (di prossima pubblicazione); U. of Chicago, Public Law Working Paper No. 319. Consultabile in: http://ssrn.com/abstract=1599620

Brian Leiter, Naturalizing Jurisprudence: Three Approaches (November 2008), U. of Chicago, Public Law and Legal Theory Working Paper No. 246. Consultabile in http://ssrn.com/abstract=1288643

Brian Leiter, In Praise of Realism (and Against 'Nonsense' Jurisprudence), in The Georgetown Law Journal , vol. 100:865, pp.865-893 - http://georgetownlawjournal.org/files/2012/03/Leiter1.pdf (2012);
http://georgetownlawjournal.org/articles/in-praise-of-realism-and-against-%E2%80%9Cnonsense%E2%80%9D-jurisprudence-2/

la rete di siti, blog e interventi principali di Brian Leiter











sabato 24 marzo 2012

"To bring us outside ourselves": fuori di sè, tra ambizione e desiderio possibile di "trascendenza"

"To bring us outside ourselves", portarci fuori da noi stessi. Paul J.Ennis si esprime così riguardo ad alcune tra le più "alte" aspirazioni umane espresse in filosofia e in altre forme di espressione di pensiero, spirito e "cultura", per esempio l'aspirazione verso la giustizia, il bene, la "salvezza", il "divino".
"Only a Digital or Temporary Messiah can save us now" è il titolo dell'intervento che Paul J.Ennis presenterà alla prossima conferenza Thinking the Absolute alla Liverpool Hope University (dal 29 giugno al 1 luglio 2012).
Ennis legge a confronto Noah Horwitz e Quentin Meillassoux riguardo al tema della divinità, della giustizia e del futuro, come accesso a qualcosa di "assoluto". Ennis promette di soffermarsi su ciò che distingue significativamente l'approccio dei due autori con riferimento alle speranze riposte nella matematica, nel linguaggio e nella ragione come saperi capaci di avvicinare a ciò che si cerca sotto il nome di "assoluto".
Mi colpisce questa espressione, riferita a questo "accedere" ad un "assoluto": portarci fuori da noi stessi, "To bring us outside ourselves".
Tra tante espressioni di ossessioni identitarie, individuali o collettive, nonché altrettante demonizzazioni della stessa idea di "identitario", colpisce questo tratto pacificamente volto in una direzione trasversale: non il problema di essere o di non essere "se stessi", bensì quello di uscire da se stessi e, inoltre, non nel senso di saperci noi muovere al di là di noi stessi, ma nel senso dell'essere qualcosa d'altro a portarci fuori da noi stessi, "outside ourselves".

http://anotherheideggerblog.blogspot.it/2012/03/only-digital-or-temporary-messiah-can.html
link all'abstract del paper di Paul J.Ennis in presentazione alla prossima conferenza Thinking the Absolute a Liverpool

lunedì 12 marzo 2012

Penso di non saperlo spiegare, ma va bene così

Penso che si potrebbe fare un bellissimo discorso sui "limiti" della filosofia, a cominciare da quei begli aforismi che fanno riferimento al fatto che il sublime passo della ragione sia riconoscere che vi sono infinite cose che la ragione non comprende, o che vi sono tante infinite più cose in cielo e in terra di quante non ne contempli la filosofia.
Abbiamo già avuto occasione di riflettere con le parole scritte da Freud sulla pretesa di completezza dei sistemi filosofici e sulla loro inopportunità; Freud scomodava in quel passo il mitico Baedeker ottocentesco, per ironizzare sulle guide da viaggio per l'esistenza che i filosofi imbastirebbero, e ci metteva in mezzo il lancio occasionale di uno strale anticlericale (http://phideltabeta.blogspot.com/2010/10/singin-in-dark-cantare-nelloscurita.html).
Quello che qui mi importa dire è che a volte forse le cose sono più semplici; non per questo più facili. Bisogna anche saper "uscire" dalla filosofia se si pretende di indicare la porta d'uscita. Io dico "penso di non saperlo spiegare, ma va bene così", per passare a "penso di non saperlo spiegare e va bene così": va bene così proprio perché penso di non saperlo spiegare.
Si tratta di un atteggiamento acritico di banale e passiva accettazione?
No. Si tratta di un atteggiamento di accettazione; non ha molto di banale quanto meno perché è difficile e non comune; si tratta di una accettazione che richiede più attività che passività - o, è un po' contorto, mi spiace, richiede una certa attività per assumere un atteggiamento passivo corretto. Si tratta di un atteggiamento non a-critico, nel senso che implica un preciso giudizio sul suo valore, sebbene si tratti di un atteggiamento criticamente assunto nella direzione di una sospensione o meglio ancora astensione dalla critica. Si tratta di un esercizio di fiducia non ingenua - difficoltà non da poco a mio avviso, ma nulla di impossibile.

Collegamento a Blaise Pascal, Pensées http://etexts.free.fr/filos/moderni/pascal_pens.zip