Zygmunt Bauman, "Paura liquida", (2006), Laterza, Roma-Bari 2009 (ed.2012)
giovedì 24 maggio 2012
giovedì 17 maggio 2012
Sezione Readership - articolo
PhB Readership
Alessandro Monchietto, La natura umana per Marx, in "Altrecorrispondenze", maggio 2012
http://altrecorrispondenze.wordpress.com/ante-partes/marx-e-la-natura-umana/
Alessandro Monchietto, La natura umana per Marx, in "Altrecorrispondenze", maggio 2012
http://altrecorrispondenze.wordpress.com/ante-partes/marx-e-la-natura-umana/
mercoledì 16 maggio 2012
A proposito di... Minima mercatalia - parte X
"Con il liberalismo non sarà la libertà come 'universale' a ottenere finalmente il diritto di cittadinanza nella pratica di governo, ma sarà una nuova gestione delle libertà a essere messa in atto all'interno di una 'ragione governativa' che ha strutturalmente bisogno di libertà, perché e il principio stesso del mercato a esigere la libera circolazione di merci, corpi e idee.", pp.168-169
Eccoci giunti nella lettura al terzo capitolo di Minima mercatalia ("3.Fase astratta: il capitalismo pone se stesso", pp.155-244).
Per la trattazione di questa fase, "tetica", Fusaro richiama espressamente e specificamente tre autori: Marx, Foucault, Hegel (cfr. p. 160).
Nel paragrafo 3.1, qui in lettura, entrano in scena i primi due, Marx e Foucault, per l'evidenziazione di due aspetti fondamentali. Con Marx si sottolinea il rapporto stretto e di complementarietà tra ''l'autoeternizzazione" del capitalismo e la "illusoria presentazione del proprio gesto orginario nell'edenico incontro tra due soggetti" (capitalista e operaio; cfr. pp.161 ss.). Con Foucault si sottolinea come "'Soggettivazione' e 'governamentalità' procedono congiuntamente" (cfr. pp.165 ss.).
Questi aspetti continuano a saldarsi nel discorso e ad accordarsi secondo la chiave costante del principio di misura e della dialettica dell'illimitatezza con esso contrastante.
E' evidente come la portata colossale dei temi accennati travalicherebbe di gran lunga lo stesso testo intero di Minima Mercatalia. Per poterne cogliere almeno in parte il significato è indispensabile ricorrere alla lettura integrale almeno di questo capitolo. I temi sono peraltro ben sviluppati in Bentornato Marx! e Essere senza tempo, letture ottime per agevolare la comprensione di questo terzo volume.
Ciò che, intanto, si evidenzia con questa breve lettura, sono alcune sottolineature critiche e sollecitazioni per il pensiero intorno al concetto di libertà in alcuni precisi aspetti.
Ricorro in questa occasione ad una terminologia personale che va precisata. Adotto il termine "spiazzamento" con riferimento alle situazioni che vengono qui tratteggiate. Esse fanno riferimento nel testo, talora, a ciò che in terminologia marxiana e marxista cade a pieno titolo sotto la rubrica "alienazione". D'altra parte, come in ogni caso in cui si tratti di evocare una/la "libertà" e la sua più o meno forte compressione, il termine usato può essere correntemente quello di "coercizione", "costrizione". Poiché ciò di cui tratta Fusaro in questo paragrafo non è radicato esclusivamente nel pensiero di uno od un altro autore, bensì raccoglie insieme ciò che essi colgono separatamente ciascuno per propria parte, scegliendo l'espressione "spiazzamento", "spiazzare", desidero significare senza più forti connotazioni il senso di una diminuzione e una perdita, un esser-tagliato-fuori, una preclusione tendenzialmente radicale ed esasperata dell'umano da ciò che si tenderebbe a rappresentare a titolo di sua propria essenza.
Ecco una breve rassegna di alcuni passi che tratteggiano questa messa fuori gioco dell'umano in quanto "libero". Si danno soltanto alcune possibili indicazioni sul senso di "spiazzamento".
"Che il mondo moderno si fondi sull'occupazione totale dello spazio materiale e simbolico da parte delle logiche di illimitata creazione di plusvalore è, come si è visto, tematizzato dallo stesso Marx", p.155
Spiazzamento nello spazio, "materiale e simbolico". Spiazzamento verso il senso di "misura" e limite. Spiazzamento nel valore e nella valorizzazione.
"[...] una volta che sia giunto a compimento il processo produttivo, si ritrovano l'uno di fronte all'altro quei due possessori di merci nelle stesse condizioni in cui si fronteggiavano prima che esso avesse inizio; anche ora il capitalista ha tutto, l'operaio non ha alcunché se non la propria forza-lavoro, ed è dunque liberamente costretto ad accettare di lavorare per il capitale", p.163
Spiazzamento nei rapporti lavorativi; spiazzamento nei rapporti sociali; spiazzamento nella giuridicizzazione contrattuale dell'attività di lavoro. Spiazzamento nella valorizzazione dello status di "libero".
"Una volta che l'operaio abbia interiorizzato il nuovo modo di produzione e di esistenza come una necessità ineludibile e a suo modo naturale, può finalmente venirgli garantita la libertà formale.", p.165
Spiazzamento, ancora, nella valorizzazione dello status di "libero". Spiazzamento nella valorizzazione di "naturale/naturalità". Spiazzamento nell'interiorizzazione della percezione di "sè".
"[...] la 'prigione reale', ossia quell'istituto specificamente disciplinare a cui la modernità ci ha abituati, viene costituendosi sul modello delle prigioni di fatto già esistenti nella società, ossia sul modello di quelle istituzioni totali, panoptiche ed eterotopiche come la fabbrica, la caserma o la clinica. Secondo le coordinate di Surveiller et punir, la creazione delle prigioni esplicitamente riconosciute come tali è funzionale all'occultamento delle strutture carcerarie e concentrazionarie che, senza essere riconosciute nella loro reale natura, costellano il mondo moderno e di cui la fabbrica resta l'archetipo", p.167.
Spiazzamento (ancora) nello spazio (materiale e simbolico). Spiazzamento nella valorizzazione dello "spazio" e dei luoghi. Spiazzamento nel senso di valorizzazione in termini di "reale/realtà".
""Il mondo del mercato, rappresentato come increato e immutabilmente eterno, secerne un pensiero anch'esso raffigurato come privo di genesi. Si comprende così in che senso e secondo quali presupposti quello capitalistico, nella sua fase astratta, sia un pensiero 'naturalistico', la cui astrazione reale si fonda sulla destoricizzazione e sulla desocializzazione [...]", pp.158-159
Spiazzamento nel senso di "tempo/temporalità"; spiazzamento nella valorizzazione di creazione, temporalità, "novità/originalità". Spiazzamento nel senso di esercizio e valorizzazione di un "pensiero". Spiazzamento (ancora) nel senso di "naturale/naturalità"; spiazzamento (ancora) nel senso di valorizzazione in termini di "reale/realtà". Spiazzamento nei rapporti sociali e nella valorizzazione di "società" e "storia/storicità".
In questa troppo approssimativa traccia presa per appunti e spunti è tuttavia possibile cominciare a cogliere alcuni aspetti ricorrenti nel senso di estraniazione e spiazzamento dell'umano che si vanno evocando man mano che si procede nel discorso. Luogo, spazio, tempo; persone, personalità, libertà; diritto, contrattazione... Storia; temporalità; società. La posta in gioco sale al punto che non è possibile elencare tanto singoli elementi, quanto piuttosto cogliere il senso di totalità che viene ad associarsi ad una sorta di cattività onnipervasiva: uno spiazzamento totale.
In tale sorta di "spiazzamento", forse non troppo stranamente, l'"utopico" (cfr. Minima Mercatalia, p.165) viene a configurarsi non come ciò che, in quanto non-ha-luogo ("utopia" in senso stretto), può rappresentare il non-reale immaginabile, bensì piuttosto "utopico" per eccellenza diventa l'umano, come ciò che, continuamente, radicalmente e totalmente "spiazzato" e messo fuori gioco dalla propria stessa essenza ed esistenza, appare (ingannevolmente, ma con sempre maggiore effetto di "realtà") dissolto alla stregua di ciò che, annientato radicalmente, è ridotto allo status assoluto di ciò-che-non-è. Non è nessuno e nulla, non ha in dotazione alcun mezzo nè potere, non è in nessun luogo, non ha alcun tempo proprio - non esiste. Dio sarà magari morto, ma per quel che riguarda l'umano, piuttosto, si può quasi cominciare così a dubitare che non sia mai esistito.
Oppure, forse, non siamo d'accordo e ci impegneremo in un dissentire fattivo.
lunedì 30 aprile 2012
Intermezzo alla lettura - Minima Mercatalia
Si sono già indicati alcuni lavori e materiali che "affiancano" Minima mercatalia e la sua lettura.
Occorre raccoglierli in un breve elenco e procedere quindi ad esaminarli via via singolarmente.
Saggio introduttivo, di Andrea Tagliapietra:
Video di presentazione:
I parte - intervento di Costanzo Preve
II parte - intervento di Diego Fusaro
Presentazione del libro, di Costanzo Preve:
http://www.youtube.com/watch?v=U2X8VHywzd8
Articolo di Costanzo Preve sulla "dialettica dell'illimitatezza":
Costanzo Preve, Dire la verità sul capitalismo e sul comunismo. Dialettica dell’ illimitatezza, dialettica della corruzione.http://www.comunismoecomunita.org/?p=2941 - l'eccellente introduzione alla dialettica dell'illimitatezza
giovedì 26 aprile 2012
a proposito di... Minima Mercatalia (parte IX)
"Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me" (Mt 25,40)
Che cosa c'entra questa citazione evangelica, con una lettura come Minima Mercatalia?
E' questa la (apparente?) "anomalia" del testo, che va a chiudere il secondo capitolo di Minima Mercatalia con quello che abbiamo chiamato già precedentemente (parte VI) un "finale a sorpresa". Sorpresa, come si preciserà e come si è accennato, in fondo solo "parziale".
La citazione qui riportata non è nella stessa identica traduzione di quella indicata in Minima Mercatalia (p.143) ma, del resto, il passo è ben noto.
Il paragrafo 2.5 (La crematistica e il 'mare infinito della disuguaglianza') si conclude (pp.141-143) con un breve ma forte richiamo alla "figura di Gesù" (p.141 ss.).
Questo approdo sorprende solo in parte, se non per altro, almeno perché la "navigazione" di questo ultimo paragrafo vede trattati in primo piano, tra gli altri, i due "giganti" della filosofia, Platone e Aristotele, per poi andare verso una conclusione che riporta il viaggio sui propri passi, verso i territori "nostri" d'"Occidente". Se le radici antiche del pensiero, che Fusaro rintraccia, affondano in terra greca, d'altra parte è proprio il "passaggio alla visione cristiana del mondo" (p.140), veicolato attraverso quel colosso storico-politico che fu l'impero di Roma, a segnare e caratterizzare il prosieguo di questa avventura filosofica.
Fusaro traccia con grande acume sintetico questo passaggio verso una "onto-teo-logia sociale" - che vede "trasferirsi" in "cielo", per restarvi "fino al sorgere della modernità", "l'essere sociale" (p.140). Fusaro richiama brevemente e con efficace riferimento Tommaso Aquinate, con la sua Summa Theologiae, e Guglielmo di Ockham. Questi riferimenti sono tuttavia seguiti, immediatamente prima della chiusura del paragrafo e del capitolo, dalle tre brevi paginette che, tagliando corto su tutti i teorici, commentatori, pensatori, santi etc. succedutigli, radicano i concetti espressi indicando direttamente il cuore del messaggio evangelico.
Più che il tema - che sorprende poco - è proprio questa struttura a sorprendermi come lettore. Mi sorprende (anche molto positivamente, ma non per questo meno criticamente) perché abbandona del tutto, da ultimo, una struttura ancora di fatto fin qui aderente ad una narrazione storica di tipo cronologico. Dopo aver tracciato il percorso tra i pensatori greci, il discorso fa un balzo in avanti a comprendere, nel pensiero cristiano, tutto il medioevo, fin verso le soglie dell'umanesimo pre-moderno. Di qui, per quel che riguarda i confini del secondo capitolo, nè accenna a procedere, nè rintraccia la cronologia in altri autori o altre opere o fatti storici: semplicemente, riconduce come ad un "punto" il discorso e va a sintetizzare il cuore di tutto il pensiero cristiano nella figura ("punto zero", per nulla a caso, della storiografia occidentale, articolata tra "avanti Cristo", a.C, e "dopo Cristo", d.C.) di Gesù e nelle parole evangeliche.
Il discorso proseguirà, prenderà percorsi di un altro genere, come già preannunciavano i primi paragrafi del libro. Tuttavia, in questo passo l'intero capitolo secondo ("Nulla di troppo. La metafisica greca del limite", pp.87-143) va a chiudersi sulle parole evangeliche, senza ulteriori commenti - in coerente ed elegante osservanza del principio di misura che è argomento di tutto il lavoro.
In questo modo il paragrafo vede in scena, una all'inizio ed una alla fine, due figure - quella di Socrate e quella di Gesù - accomunate dal fatto che molto se ne è detto e scritto, se ne dice e se ne scrive, e molte parole sono loro attribuite - senza che faccia capo ad essi nessuno scritto attribuito di propria mano.
Tra queste due apparizioni veramente "epifaniche", per così dire, vanno in scena altri greci grandissimi: Protagora, Platone, Aristotele.
Di Protagora basta già richiamare il concetto dell'"homo mensura", l'uomo misura di tutte le cose (p.128) per avere un'idea del discorso che se ne conduca.
Per quanto riguarda Platone e Aristotele, è inutile tentare un sunto dei contenuti di questo capitolo, perché anche andando a leggerlo direttamente in Minima Mercatalia, il che non si può che consigliare vivissimamente, la "carrellata" di osservazioni ed evidenziazioni sul rilievo del principio di misura e di giusta limitatezza, ricchissima di spunti, già così chiederebbe se mai di approfondire il discorso attraverso la lettura diretta dei Dialoghi, della Metafisica, dell'Etica.
Nel discorso dedicato ad Aristotele vale la pena richiamare senz'altro la distinzione tra economia e crematistica (pp.136-139). Mentre l'economia, amministrazione della casa, si orienta al soddisfacimento di bisogni finiti per il consumo di una ristretta e definita comunità, al contrario la "crematistica", accumulo tendenzialmente infinito di ricchezze, è la fame di arricchimento insaziabile e fine a se stessa, vero "cattivo infinito", che tornerà nell'opera. Misura fissata da bisogni finiti e "umani", da una parte, si contrappone, dall'altra, ad un illimitato vortice di falsi bisogni, che rovescia il mezzo per un fine specifico nella perversione di una auto-finalità, un esser di qualcosa fine per se stesso pur travestendosi da mezzo per definizione. La ricchezza priva di qualunque fine al quale possa servire diventa il fine-per-se-stesso che non per questo può elevare a fine il mezzo: il mezzo perde ogni finalità, ma vi si sostituisce per se stesso, nell'esaltazione della vacuità di ciò che per definizione si riduce alla nullità propria dell'in-utile.
Questo passaggio è evidentemente cruciale e delicatissimo, ma del resto non è esaurito in questo capitolo. Nella lettura potrà giovare ritornarvi. Intanto, va tenuto presente come il discorso si declini, nel pensiero aristotelico, secondo l'immagine forte e ben chiara che contrappone alla crematistica, così stigmatizzata, l'economia in senso proprio. Non può sfuggire: ciò che siamo soliti udir nominare a titolo di "economia" somiglia, stranamente (?), un po' più a quella "cattiva crematistica" (cfr. p.139), "senza limiti", che non all'economia ("normazione della casa", cfr. p.137) in senso proprio.
Nell'accingersi, ormai, al prosieguo della lettura, con i capitoli successivi, occorre riprendere un momento le fila del discorso.
Ci attende - lo sappiamo - la trattazione del primo momento, della prima fase, della dialettica del capitalismo: la fase "tetico-astratta".
E' ora chiaro, seppure ovviamente tutt'altro che esaurito nella sua discussione, il nesso tra questo discorso che seguirà e la "premessa", ad esso indispensabile, del soggiorno in terra greca che ci ha intrattenuti per tutto il secondo capitolo. Lungi dal porsi quale storicistico preambolo per un radicamento "antico" e meramente suggestivo, il discorso ha dato corpo e "peso", in concreto, al senso da imprimersi al concetto di "misura", di "limite", di limitato-illimitato come contrapposizione in cui cogliere dinamicamente il nesso di equilibrio come "giusto mezzo", "giusta misura". Si tratta - altro aspetto da non dimenticare - di un criterio orientato e com-misurato all'"uomo", all'"umano" in quanto realizzantesi in una dimensione comunitaria, politica in senso comunitario-sociale.
Il secondo capitolo di Minima Mercatalia, nei suoi cinque paragrafi dei quali si conclude oggi la prima lettura personale "a caldo" qui proposta, conferma, tra le altre aspettative suscitate, anche e soprattutto quella di essere una lettura meritevole di essere ripresa come parte a se stante, come breve saggio sul senso del "limite" e della misura nella cultura e nella filosofia greca. Insieme con il lavoro di Preve e di Andrea Tagliapietra, sempre citati nella bibliografia di Fusaro, nonché con l'appoggio delle altre letture richiamate nella nutrita raccolta di note, è una mappa di partenza ideale per l'orientamento e l'esplorazione dell'argomento.
Buone letture.
martedì 24 aprile 2012
a proposito di... Minima Mercatalia (parte VIII)
Nel paragrafo 2.4 di Minima Mercatalia si ripercorrono le tappe
indimenticabili del pensiero greco facenti capo ai grandissimi nomi di
Eraclito e Parmenide, per passare quindi a figure quali Democrito ed Empedocle, ed approdare, infine, al "giardino" di Epicuro.
Come sempre, si consiglia una visita al bel sito Filosofico.net per rinfrescare il ricordo - o, perché no, fare la prima conoscenza - di almeno qualcuno di questi nomi.
Il
paragrafo, dal titolo "L'etica greca e lo spirito del comunitarismo",
continua a seguire il filo del discorso rintracciando il senso della
"misura" e del "limite" nel pensiero dell'antica civiltà greca. Questi concetti non sono indagati in astratto, bensì orientati ad una precisa lettura concreta, tenendo per fermo che il riferimento principale per il criterio della misura è l'umano, l'uomo; e, più precisamente, non tanto l'uomo come idea di umanità, nè come individuo a sè, bensì l'essere umano in quanto compartecipe di una dimensione interrelazionale tipicamente comunitaria.
La comunità di riferimento per eccellenza è la pòlis. E' tenendo presente questo spazio comunitario, "politico" per eccellenza, che si dipana il discorso sul senso della misura e del limite come armonia sociale-comunitaria, come "spirito del comunitarismo".
Vero omaggio ai presupposti fondamentali di una struttura squisitamente dialettica, il paragrafo in lettura mi colpisce per l'eccellente evidenziazione di come si possa leggere, criticamente e con metodo rigorosamente non-banale, la relazione istituita nel nesso tra elementi posti in reciproca contrapposizione.
In questo senso, Fusaro può evidenziare come
"le filosofie di Parmenide e di Eraclito possono essere interpretate come due poli in correlazione essenziale di una difesa della comunità dalle insidie dell'illimitatezza, tramite strategie accomunate dal ricorso al lògos" (p.112);
più avanti si osserva d'altra parte che
"La valenza metaforica di tipo socio-politico del poema di Parmenide è peraltro suffragata dal fatto che si tratta del testo filosofico più astratto dell'intero canone occidentale e, insieme, di quello edificato nel modo più massiccio su una descrizione simbolica di luoghi sociali precisi e altamente concreti <.I>[, i]n una compresenza dialettica del massimo del concreto e del massimo dell'astratto [...]" (p.118);
Solo, inoltre, nella prospettiva di "un ristabilimento della vita comunitaria" come "ricomposizione" di "atomi sociali disaggregati",
"può essere intesa l'unitarietà del pensiero di Democrito (460 a.C. - 360 a.C.), apparentemente sospeso tra le due dimensioni inconciliabili del naturalismo meccanicistico e delle splendide massime etiche centrate sulla libertà umana e sul comunitarismo democratico" (p.121);
giungiamo così ad una ulteriore tappa, nel terreno storico dell'Ellenismo, con la sua espansione del "mondo" familiare alla cultura greca oltre i confini noti della "dimensione comunitaria propria della pòlis" (p.124):
"In tal modo, cosmopolitismo e individualismo finiscono con il coesistere in quanto manifestazioni a un tempo opposte e complementari della stessa condizione spirituale: l'esemplificazione di questa aporetica convivenza delle due dimensioni antitetiche dell'universalismo cosmopolitico e del particolarismo comunitario sarà costituita dalla polarità tra la filosofia stoica, con la sua idea di kosmòpolis [...] e quella epicurea, con la riconfigurazione della vita comunitaria entro le mura del Giardino." (pp.124-125);
ed eccoci all'epilogo di questo "viaggio" di contrapposizioni e ri-composizioni,
"Con 'epoca ellenistica, la verità del mondo greco andrà perduta, polarizzandosi nello 'spazio minimo' dell'interiorità e nello 'spazio massimo' del cosmopolitismo", (p.125).
Le cinque "tappe" di citazioni scelte per questo tratto della lettura permettono di cimentarsi nell'incontro tra speciali coppie di opposti, evocate via via ad ogni passaggio di autore in autore:
con Parmenide si contrappongono il "massimo del concreto" e il "massimo dell'astratto";
con Democrito si contrappongono "naturalismo meccanicistico" e "massime etiche", riferite all'uomo, sulla libertà e sul comunitarismo;
con l'Ellenismo si contrappongono Stoicismo ed Epicureismo, portatori rispettivamente di
1) cosmopolitismo (stoico) contro individualismo (epicureo);
2) universalismo contro particolarismo comunitario;
3) spazio 'massimo' contro spazio 'minimo';
a dare il "la", per così dire, a queste variazioni sul tema della contrapposizione tra limitato e illimitato, tra mutevolezza e immutabilità, sono proprio la considerazione rispettivamente di Parmenide come celebratore, nella descrizione dell'Essere, di ciò che non muta come principio eminente, contro Eraclito, celebratore del fuoco come principio, in quanto, al contrario, eternamente mutevole (ancorché, significativamente, pure sempre conservato uguale a sè in quanto fuoco, cfr.p.114).
Ancora una volta, il testo invita a cogliere l'armonia tra opposti come principio di misura, regola nel nesso che articola e accorda tali opposti reciprocamente. Non l'uno o l'altro può essere sufficiente a rintracciare il bene e il bello che sono propri della giusta misura, bensì con l'uno e con l'altro, compresi dialetticamente, è necessario il tentativo sintetico di cogliere il cuore del discorso filosofico.
giovedì 19 aprile 2012
a proposito di... Minima Mercatalia (parte VII)
Avvertenza e consiglio - Per la lettura di questo paragrafo e dei seguenti, e in generale per tutta la lettura del secondo capitolo, si consiglia il riferimento a questa pagina della risorsa filosofica online Filosofico.net - link all'argomento I sette sapienti ; link alla pagina-indice per la filosofia greca.
Nel paragrafo 2.3, qui in lettura, compaiono quali figure principali uno dei più noti tra i "Sette sapienti", Solone di Atene; nella seconda parte del capitolo ci si riferisce in modo significativo invece ai Pitagorici e a Pitagora.
In questa lettura continuo ad attenermi al metodo di individuare una o più citazioni significative selezionate secondo un gusto personale "di primo impatto" e possibilmente immediatamente interessanti per una comprensione complessiva dell'argomento.
Non è facile tuttavia operare una scelta in questo capitolo, ricco di riferimenti molto specifici alla cultura e alla filosofia greca. Una volta di più raccomando dunque, soprattutto per chi ne abbia già una conoscenza almeno superficiale - e, tuttavia, anche per chiunque senta un minimo di curiosità al riguardo - la lettura completa almeno di questo secondo capitolo del libro.
Si tenga sempre presente il filo conduttore, la chiave di lettura, per così dire, improntata alla questione del giusto mezzo come articolazione tra gli opposti mali dell'illimitato come illimitatamente abbondante e dell'illimitato come illimitatamente scarso - o, con le parole del testo, l'illimitato arricchimento e l'illimitata povertà. Questo paragrafo 2.3 ci porta con Solone al cuore della pòlis greca, in Atene in particolare, alle prese con la ricerca della regola eminentemente sociale e comunitaria della misura e del limite.
Varrebbe la pena, ma non se ne tratta qui, soffermarsi sul valore del "logos" greco e sulla triplice valenza del suo significato, resa molto chiaramente e con buona sintesi da Fusaro (M.M., pp.110-111).
Altri punti concettuali di spicco, dei quali si rimanda eventualmente ad altra occasione la trattazione, sono il concetto di numero e la tavola delle opposizioni diadiche dei pitagorici (M.M., pp.108-110).
Cerchiamo di cogliere ora, con le parole di Fusaro, un "quadro generale" della filosofia greca in relazione con il problema dell'arricchimento e della dinamica iniziale verso una assolutizzazione del principio di arricchimento come principio economico. Il discorso di Fusaro richiama (nota n.207, nel testo) Andrea Tagliapietra, Il dono del filosofo. Sul gesto originario della filosofia, Einaudi, Torino 2009.
"La storia inaugurata dalla hybris [superbia, in greco nel testo] crematistica come ricerca illimitata dell'arricchimento si affaccia, infatti, sullo scenario storico con i tratti di una costante violazione delle più sacre norme regolatrici dell'ordine naturale e sociale. Si tratta però di una violazione che, anziché essere punita dalla Dike [giustizia; in greco nel testo], è premiata dal successo delle nuove classi in ascesa. La filosofia si origina dunque al cospetto dell'insorgente rischio dell'irruzione dell'àpeiron [illimitato, in greco nel testo] nella vita comunitaria, nel contesto di una sempre più accentuata 'divisione del lavoro' e di una crescente complessità della società nel suo insieme, che manda in frantumi la visione unitaria della sapienza arcaica nelle competenze settoriali delle technai [le arti, le tecniche, in greco nel testo][...]" - Minima Mercatalia, p.105
L'arricchimento illimitato viene qui ad evocare due principali aspetti interessanti. In primo luogo, si coglie l'occasione per notare di nuovo la chiamata in causa di una idea di giustizia, qui indicata nella "Dike" greca, principio divino che non esprime tanto la legalità, l'aderenza alle leggi giuridiche, quanto piuttosto, ancora una volta, l'aspetto sociale-etico della giusta misura nei comportamenti, del comportamento conveniente secondo il giusto principio che deve sempre essere osservato, in ogni cosa.
In secondo luogo, un rilievo particolare spetta alla seconda parte del passo, nella quale si evocano la "divisione del lavoro", la "crescente complessità della società nel suo insieme", le "competenze settoriali delle technai".
Questi aspetti restituiscono con una buona impressione di sintesi il quadro di una società nella quale abbia dilagato il "male" del cattivo infinito-àpeiron, dell'illimitatezza.
Questi aspetti, in effetti, restituiscono parimenti un'immagine che non appare in nulla diversa dal quadro sconfortante che si tende a dipingere in relazione alla nostra società "occidentale" contemporanea.
E' chiaro che è proprio nell'effetto di questa "soprendente" (o non tanto?) coincidenza di situazioni che risiede in parte il senso del volgere lo sguardo alla filosofia e alla cultura greca per discutere dell'economia "del nostro tempo".
La "divisione del lavoro", apparentemente invenzione dell'era industriale con le sue rivoluzioni, assume se mai il carattere di un problema ri-scoperto, oppure di una forma nuova di manifestazione di qualcosa di nient'affatto sconosciuto ad epoche assai più remote.
Lo stesso dicasi per "la crescente complessità della società nel suo insieme". "Complessità", apparentemente scoperta modaiola dell'ultimo passaggio di secolo/millennio, che vedrebbe ogni campo del sapere affaccendarsi a decifrare vuoi la complessità dei codici biologico-genetici, vuoi l'aumento di interrelazioni sociali in rete, vuoi l'aumento di "emergenze" socio-economiche, di flusso di informazioni, di incertezza - etc. - in un caos che ben poco restituisce di scientifico se letto in sinossi tra le parti, non è forse solo la percezione in forma diversa di un problema nient'affatto nuovo, ed anzi così vecchio che ci saremmo dimenticati come farvi fronte? Se nessuno di questi due atteggiamenti estremi - considerare qualcosa come una novità mai vista vs considerare qualcosa come la solita cosa di sempre, che vale a dire niente di significativo, in termini di vulgata - ha dignità filosofica in sè, l'articolazione e il raffronto tra i due potrebbe ancora una volta aiutare a cogliere qualcosa di significativo. Il nesso tra ciò che appare in una forma del tutto nuova, da una parte, e, dall'altra, ciò che non appare mutare neppure al mutare di tutte le condizioni contingenti, diventa ancora una volta una chiave per cercare di comprendere.
Passando attraverso questo esercizio si può (razionalmente e filosoficamente) sperare di volgere verso quella "visione unitaria" ("della sapienza arcaica") che si vede mandare "in frantumi" e lacerare nelle settorializzazioni da "idiotismo specialistico" (oggetto della denuncia di Lukàcs che Fusaro richiama altrove nel testo).
Il cuore del tema, tuttavia, non si trova evidentemente in nessuno dei singoli problemi qui rilevati e così stranamente comuni a società, quali la "nostra" e quella "dei Greci", che sarebbero tra loro divise da una così grande lontananza "nel tempo". Il cuore del tema, giova ribadirlo sebbene fin qui non se ne stia facendo chiaramente alcun mistero, si va a trovare a partire dalla questione dell'àpeiron e della sua "irruzione nella vita comunitaria". Ancora più radicalmente, l'illimitato, l'àpeiron, si legge, come tutto il lavoro mira a fare, nella strettissima connessione con il concetto di misura e di limite.
Buone letture!
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